Digitalcomedynonsense’s Blog

Solo un altro scribacchino noir & pulp

Tirare le fila

Quando gli elementi utili si sommano, il detective giunge alle conclusioni. C’è chi ci giunge prima, per pura deduzione, come Holmes o Wolfe e c’è chi spesso si scontra con la realtà alla stregua di Spade o Marlowe.
E c’è anche chi, come Crash, non sa bene ed esattamente quanti elementi ci vogliano per arrivare ad una conclusione e neppure se sia il momento giusto per tirare le fila dell’indagine.

Sicuramente in cuor suo Frank è desideroso di finire le indagini al più presto, è il suo lavoro e gli piace però preferisce i momento di tregua tra un caso e l’altro, gli attimi di inedia, le settimane di staticità, i mesi di ozio. Non si nutre del suo lavoro, non é un cosiddetto workaholic, non è dipendente dalla cronaca nera, bensì preferisce usare il mestiere di investigatore come tramite per arrivare a conoscere meglio il genere umano ed il suo modo di vedere il mondo.
Che lui spesso non condivide.

Molti investigatori radunano i sospetti in una stanza, porgono loro le ultime domande ed infine riassumono i punti salienti e cruciali incastrando il colpevole a suon di prove davanti a tutti gli ex sospettati ed ora novelli testimoni. Altri tendono trappole in cui l’assassino cade con tutte le scarpe, auto accusandosi o portando prove inconfutabili della sua colpevolezza. Altri investigatori ancora, invece, arrivano alla lotta finale con l’omicida che si rivela essere l’unico di cui il povero eroe ancora si fidava, ingaggiando con lui una lotta a colpi di botte più che di battute, magari con un bel inseguimentino e qualche salto sui tetti.

Per Frank è diverso, lui non ha metodo, non ha organizzazione e non ha aspettative. A parte forse per il famoso metodo Eureka – quello che insegna che: meno si pensa al caso e prima arriverà la soluzione.
Frank parte svantaggiato rispetto ai suoi colleghi, si lascia distrarre facilmente, scorda i momenticruciali nelle indagini, non presta attenzione ai particolari, ma alla fine, quando si tratta di tirare le fila di tutta l’avventura, come per miracolo, ogni cosa pare combaciare, i tasselli del puzzle si mettono a posto e la verità si materializza così evidente che neanche ad un idiota potrebbe sfuggire.

E meno male.

Perché altrimenti non ci sarebbe alcun lieto fine, il colpevole non verrebbe consegnato alla giustizia e tutto quanto si rivelerebbe una lunga perdita di tempo, una scempiaggine atroce e un balbettio confuso.
O forse no.
Forse Frank non riesce sempre nel suo intento, forse ogni tanto gli capita di fare un buco nell’acqua.

Può essere così come può non esserlo. Frank è un essere umano, per quanto insulso e deprecabile e non sempre gli essere umani raggiungono la verità.

Lasciamogli un po’ di fiducia e speriamo che anche questa volta il nostro piccolo, scassato, vanitoso detective dai completini improponibili e il tatto di una betoniera, magari per merito di circostanze fortuite o per grazia divina o forse proprio per le sue capacità cognitive riesca a mettere un trionfante colpo dritto a segno. Dimostrando così, ancora una volta, di saper fare il proprio lavoro.

Dopotutto, come ha detto lui un paio di volte: “sbagliare è divino, perdonare è diabolico” o forse era: “sbagliare è diabolico, perseverare è divino” oppure era: “perdonare è diabolico, sbagliare è divino” …

Comunque sia c’entravano di sicuro Dio e il Diavolo, il Bene ed il Male, l’Ying e lo Yang, la Ferrari e la McLaren.

marzo 31, 2009 Posted by | Writing | , , , , | Lascia un commento

Frank Crash e l’immaginario collettivo

Il fatto che Frank non riesca ad integrarsi nella società è dato dal fatto che non la capisce affatto – i meccanismi che la regola gli sono sconosciuti, non riesce a capire che beneficio si possa trarre dalla diplomazia ne cosa alcuni segnali codificati significhino.

Se gli si strizza l’occhio lui penserà di aver fatto qualcosa di male, ma se è lui a strizzarlo allora vuol dire che va tutto per il verso giusto. Se deve immaginare come una certa situazione possa essere, allora attinge alla sua conoscenza che risiede per la maggior parte nel mito e nell’immaginario collettivo. Il problema è che Frank non ha la minima idea di cosa sia l’immaginario collettivo, crede che sia un’implicita bolla di pensiero che tutti noi abbiamo sin dalla nascita e che conservi dentro di sè i segreti del comportamento umano. In questo modo noi attingiamo al nostro personale immaginario infarcendolo di nozioni e rimettendolo al suo posto nella collettività in modo che altri se ne possano servire. Un pensiero leggermente fantascientifico che però Frank coltiva con cura sin dall’infanzia tribolata.

Frank è convinto che tutti noi nutriamo l’immaginario collettivo con le nostre esperienze prese, per lo più, dai cartoni animati e dalla mitologia. Pertanto se il nostro folle eroe pensa ad una scena di sonnambulismo, essa dovrà essere per forza uguale per tutti, ossia nella mente di ognuno questa scena verrà rappresentata allo stesso modo e dato che Frank attinge al suo personale bagaglio culturale di cartoni animati, manga e carabattole ecco che il sonnambulo è immaginato come un uomo con gli occhi chiusi, il volto pallido, le braccia protese parallele in avanti, vestito di una sola bianca camicia da notte e calzante pantofoline di pelo preferibilmente di colore chiaro.

E Frank è convinto che sia così per tutti. Il che potrebbe anche essere vero, non credo che potremmo mai dargli torto.

paperino

marzo 30, 2009 Posted by | Writing | , , , , , | Lascia un commento